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Archive for "Economia"



Economia Mario | 21 Apr 2009

Non ci credo… ma mi tocco…

Domenica il nostro amato Ministro Tremonti dava per superata la crisi borsistica: «La paura di un crollo delle Borse e della finanza mi sembra finita e la gente ha tirato un respiro di sollievo perchè è finito l’incubo degli incubi»

Mentre lo diceva mi toccavo i coglioni ….

Purtroppo la scaramanzia popolare è impotente di fronte a tanto… la grattata è stata del tutto insufficiente

Avvenimenti & Economia & Politica & Rovi Mario | 16 Apr 2009

Caro Ministro so fare i conti anch’io…

La notizia che voglio commentare è questa.

E la voglio commentare perchè ho sentito stamane per radio il commento che il ministro Tremonti, con il suo caratteristico tono che io trovo insopportabile, ha fatto sulla polemica sollevata dalle ONLUS.

In pratica il Ministro, pur senza dirlo formalmente, ha fatto capire che i soldi che venissero destinati dai cittadini al 5 per mille per l’Abruzzo, costituirebbero totalmente (non lo dice ma così si capisce) un ampliamento del plafond di 380 milioni finora posto come tetto al contributo totale del 5 per mille.

Per questo le Onlus non dovrebbero lamentarsi poichè questo non andrebbe a toccare quanto normalmente a loro destinato.

Vi tornano i conti ? A me no, per niente.

Vediamo come stanno le cose.

Lo Stato si trova a dover affrontare una spesa straordinaria. Per un certo numero di anni dovrà destinare investimenti significativi (si parla di 12 miliardi in totale) per la ricostruzione in Abruzzo.

Lo Stato questi soldi non ce li ha da parte. Non esiste un fondo di accantonamento per affrontare queste emergenze, quindi sono tutti soldi che vanno trovati da qualche parte nel bilancio dello stato, o tramite entrate straordinarie.

Fate bene mente locale: lo Stato deve trovare 12 miliardi di euro, 12.000 milioni.

Bene, ora il primo punto dove i conti non tornano.

Diciamo che un bel mucchio di gente metta il codice fiscale che identifica la destinazione “ricostruzione Abruzzo” sulla propria dichiarazione nella sezione del 5 per mille.

Facciamo che il totale di questi soldi ammontino a 300 milioni di euro.

Sembrerebbe comunque una bella cifretta, anche se piccola rispetto al totale dei soldi da trovare.

Avendo trovato 300 milioni ne rimangono da reperire solo 11.700 milioni, giusto?

Peccato che non sia così. Se infatti questi soldi, come dice Tremonti, sono aggiuntivi rispetto al plafond di 380 milioni finora destinato al 5 per mille, vuol dire che lo Stato incasserà meno tasse non per 380 milioni, ma per 680.

Nel suo bilancio quindi segnerà una voce +300 milioni nel “conto” dei soldi che devono andare alla ricostruzione dell’Abbruzzo e un bel -300 nel “conto” dei soldi che entrano.

Totale… zero.

Sempre 12.000 milioni mancano.

E non può che essere così, visto che il 5 per mille sono soldi che non pagate in più ma che semplicemente vengono stornati dalle tasse che andrebbero allo stato e destinati a qualche istituzione. In questo caso farebbero un giro inutile, sempre soldi che vanno allo stato, che comunque non avrebbe risolto niente.

Un puro atto di ritorno psicologico quindi?

Si, ma con effetti collaterali dannosi !

Primo effetto dannoso: è probabile che un certo numero di persone che avrebbero destinato il 5 per mille a qualche ente benefico Onlus cambino idea e indichino invece la destinazione Abruzzo. E’ molto probabile che siano anche tante.

Ecco che qui escono soldi veri. Infatti soldi che sarebbero andati alle Onlus ora rimangono nel calderone dello Stato. Se, come probabile, il totale di persone che destineranno comunque soldi alle Onlus sarà minore di quello dello scorso anno, andando sotto il tetto dei 380 milioni, ecco che lo Stato risparmierà soldi, NON DANDOLI ALLE ONLUS.

Non solo, c’è un secondo effetto negativo da non sottovalutare.

Potrebbe facilmente accadere che le persone che destineranno soldi all’Abbruzzo attraverso il 5 per mille, si sentano poi meno motivate a fare donazioni in proprio, perchè in qualche modo percepiscono di aver già fatto qualcosa….

In definitiva questa operazione potrebbe facilmente avere questi effetti:

  • neanche un euro in più allo Stato
  • risparmi dello Stato a discapito delle Onlus
  • meno donazioni di privati per l’Abbruzzo

Tirati i conti, non sarà mica che il Ministro in realtà, da bravo economista, questi bei conti se li sia fatti già ben bene ?

Avvenimenti & Economia Mario | 06 Mar 2009

Il Ministro masochista

Tremonti sarà anche una testa d’uovo, ma io lo trovo insopportabile, e spesso inopportuno nelle sue dichiarazioni.

Quando si ricoprono certi ruoli le parole hanno un peso e mostrarsi molto pessimisti per far bella figura più avanti non è una gran bella strategia, perchè la gente si allarma e si precipita in precipizi più profondi del dovuto….

Ma forse è solo masochismo…

Economia & ICT & Internet & Sicurezza & Software Mario | 23 Oct 2008

Recessione e sicurezza informatica, un 2009 pieno di rischi

La recessione non è più un’ipotesi, ma una realtà ormai certa. Quanto durerà e quanto sarà profonda nessuno può dirlo, ma di certo comporterà una modifica nel comportamento delle società, piccole o grandi che siano.

Un aspetto interessante di questo fenomeno è il comportamento delle società nei riguardi della sicurezza informatica. Manterranno un adeguato livello di spesa? Oppure il settore della sicurezza, apparentemente meno legato al core business, sarà oggetto di tagli significativi?

Sono propenso a pensare che molte aziende, specialmente se in forte difficoltà, taglieranno proprio sui costi della sicurezza, in maniera particolare quelle dove la cultura della sicurezza non è particolarmente sentita, e che quindi già erano maggiormente esposte al rischio.

Anche sul fronte personale potremmo vedere una diminuzione della sicurezza. Persone meno disponibili a spendere potrebbero ricorrere in numero maggiore a fonti non sicure (P2P, software piratato etc), con conseguente aumento del numero di computer compromessi.

Ritengo che il 2009 sarà per il malware un anno d’oro. Sarà più facile creare reti di computer compromessi da cui sferrare ulteriori attacchi, più facile penetrare aziende di medie e piccole dimensioni, più facile vendere prodotti illegali e, infine, più facile catturare persone con siti scam e false offerte vantaggiose.

Se esistesse in borsa un indice del malware questo sarebbe il momento giusto per investire…

Brulicare & Economia & Frescura & Humus Mario | 18 Aug 2008

Tre quarti di pagnotta

Dal fornaio quella mattina c’era la solita gente, pensionati per lo più, abitanti prevalenti di quel quartiere tanto bene quanto antico…

Era il turno di Lella, la decana del quartiere, novantadue anni suonati ma ancora forte come una quercia e ben più lucida della maggior parte dei suoi innumerevoli nipoti.

“Buon giorno sora Lella, il solito filone di pane sciapo?” – disse noncurante Luca il fornaio, mentre già incartava il pane.

“No” – fece Lella – “Da oggi me ne dai tre quarti di filone”

Neanche avesse parlato il papa tutta la gente nel negozio sospese ogni attività girandosi a guardare Lella.

“Come sarebbe sora Le’, tre quarti de filone ?”

“Eh già!” – fece lei con un sorrisetto furbetto – “Visto che m’hai aumentato er prezzo del 25 per cento allora io te ne compro un quarto de meno… così semo pari e patta”

“Sora Le’, ma che fa smette de magnà er pane? Se c’ha bisogno se figuri je’lo do’ anche aggratis er pane…”

Lella si fece seria, produsse una bella pausa artistica e poi sciorinò la sua lezioncina:

“Eh no, non me manca la moneta, ma l’artro giorno quanno ho visto che er prezzo era aumentato de un quarto me so’ chiesta: ma tutto sto pane me lo magno veramente?”

“E la risposta è stata: manco pe’ g’nente, m’avanza quasi mezzo filone tutte le vorte…”

“E così ora, per favore, incartame sti tre quarti de pagnotta, ma aricordete, faccio sempre in tempo a prende solo mezza pagnotta, se m’aumenti ancora…”

Luca eseguì, Lella pagò, girò i tacchi e prese via, col suo passo ancora solido e veloce.

E da quel giorno metà quartiere prese il vizio di comprà tre quarti di pagnotta, l’altra metà… mezzo filone.

Economia Mario | 27 May 2008

Tremonti, i mutui, le banche e l’albero dei soldi

Qualche giorno fa ero in macchina, come al solito con la radio accesa, e ti sento un trionfalistico ed entusiasta Tremonti annunciare il grande accordo con le banche sui mutui.

Non credevo alle mie orecchie: o non avevo capito il senso dell’accordo, oppure si trattava di un’enorme inculata per chiunque lo avesse sottoscritto. Eppure veniva presentato come fonte di risparmio e grande occasione per i titolari di mutuo, e sfacelo per le banche, addirittura “costrette” dalla minaccia di qualche intervento fiscale del governo a cedere sul fronte dei mutui.

Ho lasciato passare qualche giorno, per capire se ci fosse qualcosa che mi sfuggiva, ma la sostanza dell’accordo sbandierato da Tremonti è tutta qui: trasformare un mutuo a tasso variabile in un mutuo variabile a rata fissa. In pratica la vostra rata “virtuale” rimarrebbe del tutto legata all’andamento variabile dei tassi, crescendo o calando in funzione degli stessi, ma quella “materiale“, pagata alle varie scadenze, diverrebbe fissa. La differenza tra le due non vi verrebbe regalata dalle banche, ma sarebbe accantonata come NUOVO DEBITO, da pagare a partire dalla scadenza naturale del mutuo originario. Ovviamente questi importi, già non irrilevanti, subirebbero un’ulteriore ricarico di interessi, anche questi legati ad un tasso variabile.

Prendiamo in esame due scenari limite, uno in cui i tassi continuassero più o meno a crescere per tutta la durata del muto, rimanendo comunque al di sopra di quelli del 2006. In questo caso, il peggiore per chi paga un mutuo, aderendo all’opzione avremmo di fatto un prolungamento del mutuo, ed in casi estremi, ma possibili, addirittura potrebbe verificarsi la possibilità di un AUMENTO del debito. Immaginate di avere un mutuo di 100.000 euro per venti anni, pagare venti anni e trovarsi poi altri 50.000 euro da pagare.

Se invece i tassi diminuissero si tornerebbe a pagare, da quel momento, la rata variabile. Rimarrebbe certo anche in questo caso un po di debito accantonato per la fine del mutuo, tanto quanto è stato “risparmiato” non pagando la rata variabile per tutte quelle scadenze in cui i tassi fossero stati più alti di quelli del 2006, più ovviamente gli interessi maturati.

L’unico caso in cui una cosa del genere può avere un senso è quello in cui una famiglia non sia in grado assolutamente di sostenere il pagamento delle rate. Questo è l’unico caso in cui ci troveremmo di fronte ad un beneficio, consistente nell’evitare di andare in default non pagando le rate. Se siete con l’acqua alla gola, ma veramente, e non riuscite a pagare il mutuo allora questa possibilità potrebbe avere dei lati positivi, ma posso elencarvi una lunghissima serie di possibili interventi su questi casi che avrebbero un effetto enormemente migliore di questo. A partire dal rendere operative le norme dell’ultima finanziaria, anche se sgradite alle banche.
La verità è che i soldi non crescono sugli alberi, e le banche non sono istituti di beneficenza.

Caro Tremonti, così non va bene, hai toppato, soprattutto sottovalutando l’intelligenza di chi ti ascolta.

Ritenta, si può fare di meglio. Si deve.

Economia Mario | 22 Apr 2008

Povera (Al)Italia

Su Alitalia si sta giocando una partita a scacchi con parecchi attori.

Ci sono i lavoratori, che non sono uniti, poiché i loro destini sono divisi in varie categorie: assistenti di volo, piloti, personale di terra, colletti bianchi…. Ognuna di queste categorie subisce in maniera diversa le varie soluzioni (forse) possibili e di conseguenza si comportano le relative sigle sindacali, un tripudio di rappresentanti con diversi obiettivi, difficili da far convergere.

C’è il partito di Malpensa, mai forte come ora, cui interessa relativamente poco il destino di Alitalia. Un fallimento, disastroso per i lavoratori, per loro non sarebbe un problema, gli slot di Malpensa sarebbero disponibili per un’altra compagnia e l’hub di Milano sarebbe salvo.

C’è il partito di Air France, dove si aggregano per motivi diversi, un po trasversalmente, tutta una serie di fazioni, parte del personale Alitalia, il club Romano (che fino alle elezioni per il sindaco di Roma comprende anche una buona fetta di AN). Il capitolo Air France non è chiuso, se le condizioni richieste si ripropongono (consenso del governo, consenso dei sindacati, condizioni a contorno) Air France sarà pronta a comprare, ma le chance sono scarse, vista la forza del partito di Malpensa, a meno di non cedere su quel fronte.

C’è la comunità europea che osserva la scena pronta a spararci contro non appena lo Stato Italiano dovesse intervenire a metter soldi nel buco nero Alitalia. E non possiamo certo dargli torto.

Non c’è invece la tanto chiacchierata cordata italiana per finanziare l’acquisto di Alitalia da parte di Airone, e non credo ci sarà mai, perché qualsiasi persona dotata di buon senso e di una calcolatrice può capire che la creazione di una nuova azienda con qualche miliardo di euro di debiti non può che finire molto male. Senza contare che si va ad eliminare ogni concorrenza interna su rotte importanti come Milano-Roma.

Potrebbe spuntare qualche altro partner internazionale (Lufthansa, Aeroflot?), ma dubito che potrebbe arrivare con offerte molto diverse da quelle già viste con Air France.

Da persona che in Alitalia da giovane ha lavorato, questa storia mi riempie di tristezza.

Comunque vada, povera (Al)Italia….

Economia & Rovi & Salute Mario | 10 Apr 2008

Genio Economico

Io sono un genio.

Non è immodestia, regolarmente, per tutta la durata della mia vita, mi è capitato di avere delle idee geniali, specialmente se si trattava di fare i soldi.

Poi chiaramente sono troppo pigro e fifone per fare lo sforzo necessario a trasformare queste idee in fatti, ma sapete com’è, tra il dire e il fare ….

Ieri stavo parlando di una cosa con amici e improvvisamente mi è balenata un’idea in testa.

Un’idea geniale, che ha due diversi effetti, uno economico, se avessi il coraggio e la voglia di realizzarla ed uno semplicemente retorico, che c’è anche solo parlandone.

Il campo di affari cui si rivolge la mia idea, semplicissima e geniale, è quello della produzione di medicinali omeopatici.

Per chi non lo sapesse un medicinale omeopatico è ricavato attraverso la forte diluizione di un principio naturale attivo. Senza entrare in troppi dettagli (informazioni al riguardo ne troverete a mucchi su internet), si arriva dopo un certo numero di diluizioni ad un certo medicinale.

Da notare, ed è questo l’interessante, che diluendo ulteriormente una boccetta di questo medicinale, non si ottiene un medicinale di minor effetto, ma secondo i principi dell’omeopatia si ottiene invece un medicinale più efficace e potente di quello da cui si è partiti. Più diluite più forte l’effetto.

Ecco quindi la mia nuova azienda farmaceutica. Compra una boccetta di medicinale omeopatico X del costo di 10 euro, effettuo un unico ciclo di diluizione con apparecchiature standard, et voilà, ho 10 boccette di medicinale, leggermente più potenti del precedente, che posso serenamente vendere a 10 euro l’una.

Un centesimo dei costi del concorrente, 10 volte il fatturato. Un colpo di genio economico.

Mi sorge solo un dubbio.

Come fa l’industria omeopatica a funzionare se basta così poco a distruggerla?

A voi trovare la falla nella mia idea.

Potete tranquillamente anche sfruttarla e produrre voi medicine omeopatiche, dovrete però riconoscermi l’un per cento del vostro fatturato a titolo di “riconoscimento del genio”

Buon lavoro.

Economia Mario | 10 Mar 2008

Contrarian

Full Disclosure: Sono dipendente Telecom, anche se non in una posizione che mi permetta di acquisire informazioni che abbiano qualche rilevanza sul mercato. Ho anche un investimento in azioni Telecom Italia Risparmio, piccolo in valore assoluto, ma significativo sul totale dei miei investimenti. Questo messaggio non è un invito all’investimento, non sono in grado di dare consigli finanziari, se basate le vostre decisioni finanziarie su questo articolo lo fate a vostro rischio e pericolo, sono bravissimo a perdere soldi da solo, non venite a farmi compagnia.

Sulla storia di Telecom Italia tornerò con calma, perché vale la pena raccontarla e rifletterci sopra, specialmente se, come me, si ha la tendenza a votare a sinistra, e contemporaneamente si ha la pretesa di non rinunciare a pensare con la propria testa.

Per ora mi piace parlare di qualcosa che riguarda più semplicemente Telecom Italia come azienda quotata in borsa, e come investimento.

Partiamo da un paio di grafici.

Un disastro no ? Anche confrontandolo con l’andamento (in rosso) dell’indice S&P MIB le cose sono andate malissimo per il titolo Telecom, per non parlare delle risparmio.

Non sono un analista finanziario, non ne ho le competenze ne la qualifica, e non ho informazioni da insider che mi diano qualche vantaggio rispetto all’investitore medio, ma rimango colpito da quanto è successo la settimana scorsa quando Bernabé ha annunciato il piano Telecom per i prossimi 3 anni.

Un crollo verticale, enorme. Come giustificare una cosa del genere? Cosa c’è nel piano annunciato venerdì che ha causato questo crollo?

La risposta non è in quello che c’è nel piano, ma in quello che non c’è. Gli investitori, e pare anche gli analisti, si aspettavano non so bene quale miracoloso colpo di genio, qualche clamoroso annuncio, qualche fuoco d’artificio, magari assolutamente impossibile o irrealistico, che facesse risorgere il titolo.

Invece il buon Bernabé si è presentato con un bel piano realistico, serio, senza promesse “elettorali”. Un piano su cui può mettere la mano sul fuoco, riservandosi ovviamente di farsi il culo (e farlo fare anche a noi dipendenti naturalmente) per migliorarlo.

Ma senza cazzate, senza invenzioni, senza bacchette magiche, scorciatoie o belle invenzioni.

E tutti sono corsi a vendere.

La cosa divertente è che non ci sono misteri, non ci sono novità, la situazione Telecom era conosciuta a tutti, ma chissà perché solo venerdì questa situazione è diventata per gli analisti evidente. Arriveranno sicuramente ora le modifiche delle raccomandazioni, tutte al ribasso vedrete, e il titolo scenderà ancora.

Ora, io non so se la valutazione attuale del titolo sia sbagliata, ma certo il mercato NON ha sempre  ragione, perché se ha ragione ora, allora aveva torto marcio un mese fa.

Io avevo in portafoglio un bel po di Telecom risparmio, da un bel po di tempo, perché mi piace avere le azioni della società dove lavoro, ma venerdì ne ho caricate altre, perché personalmente il modo di lavorare di Bernabè piace, perché anche con la riduzione del dividendo a questi prezzi siamo sempre a un sei per cento netto e sono convinto che anche nei prossimi anni lo avremo, perché c’è la possibilità di una conversione delle risparmio, e perché infine, io sono un contrarian, e negli anni questo tipo di investimenti mi ha sempre fatto fare soldi. Magari a lungo termine, ma non ci ho mai rimesso.

In periodi come questo in cui tutto scende, senza cercare di trovare per forza il momento del picco negativo, ci sono secondo me molte occasioni per chi ha pazienza e la forza per reggere anche perdite potenziali di rilievo. C’è ancora parecchio spazio per scendere ancora e forse si può aspettare proficuamente per nuovi minimi, anche fino al 2009, ma un’occhiata a certi titoli che hanno valore reale dentro e che cominciano a trattare a prezzi interessanti può dare buone soddisfazioni.

Ne riparliamo tra un anno, ma anche due…

Economia Mario | 05 Mar 2008

I tesoretti delle banche

Una costante che caratterizza l’attuale crisi del credito, innescata si dice dalla situazione dei mutui statunitensi, è la presenza di massicce svalutazioni da parte delle banche.

Non si tratta di casi isolati, e non si tratta di bruscolini. Qui si parla di miliardi di euro, svariati miliardi di euro per moltissimi istituti bancari del mondo.

Le banche quindi si affrettano a registrare a bilancio perdite straordinarie per miliardi e miliardi di euro. Come colpevole viene sempre additata la crisi dei mutui subprime, con qualche caso (SocGen, Credit Suisse) in cui si aggiungono perdite straordinarie dovute a perdita di controllo sulla propria struttura di trading.

C’è però una cosa da capire. Mentre le perdite registrate a bilancio per manovre di trading errate sono perdite concrete e già “realizzate”, quelle generate dalla crisi dei mutui subprime sono spesso, almeno in parte, perdite legate ad “accantonamenti”.

La differenza è sostanziale. Un accantonamento viene fatto per bilanciare una perdita futura ritenuta probabile, secondo un principio di prudenza contabile che è volto a proteggere l’azionista da bilanci mistificatori.

Vi faccio un esempio.

La banca presta 10 milioni di euro ad una start up che si cimenta nella creazione di un nuovo motore a benzina che consumerà la metà di quelli odierni. Dopo sei mesi una primaria casa automobilistica annuncia la produzione a breve di un motore con caratteristiche simili. Probabilmente quindi la vostra startup non riuscirà ad essere competitiva e finirà per fare flop, i vostri soldi difficilmente rientreranno in cassa, ma formalmente sono ancora un credito esigibile. Per prudenza e buon senso la banca crea un accantonamento per gran parte o tutta la cifra prestata in previsione della perdita. Quando l’eventuale procedura di recupero del credito avrà avuto esito verranno fatti i conti a saldo, generando un ulteriore perdita (piccola) o una sopravvenienza, nell’eventualità che si incassi più di quanto si pensava.

Ecco, per i mutui subprime sta accadendo lo stesso, le banche mettono “da parte” i soldi che “perderanno” in futuro. Questo è il motivo per cui tutti sono in attesa dei conti delle banche, perché in realtà queste ultime hanno una certa flessibilità nel decidere se e quanto accantonare, e di conseguenza quanto impattare sul bilancio corrente.

Alcune potrebbero decidere di accantonare tutto subito, magari anche esagerando, altre invece potrebbero fare accantonamenti minori, riservandosi di farne degli ulteriori in futuro.

La natura di questi accantonamenti ci porta ad una interessante considerazione. Alla base delle “possibili perdite” ci sono strumenti finanziari legati alla gestione di crediti a loro volta legati, alla fine della complessa catena di strumenti, a degli immobili.

Qualsiasi mutuo infatti viene erogato avendo come “pegno” un immobile, sul quale in mancanza di pagamenti il creditore può rivalersi per ottenere quanto gli spetta.

Nel caso dei mutui subprime i crediti dei mutui sono stati impacchettati in strumenti finanziari che a loro volta sono stati impacchettati in altri strumenti etc etc.

Ciò non toglie che alla base di tutto ci sono immobili reali. Chiaramente la situazione del mercato americano è tale che la possibilità di recupero del valore intero del mutuo può essere messa a rischio, e in ogni caso i tempi tecnici per la monetizzazione di un credito recuperato tramite pignoramento e successiva vendita dell’immobile possono essere molto lunghi.

Ma, è cosa certa, che almeno una parte dei soldi sarà recuperata, e la mia esperienza mi insegna che spesso si riesce a recuperare buona parte dei soldi, se non tutti. La sofferenza maggiore in questi casi è data dalla illiquidità di questi soldi, ed è questo un motivo che spinge le banche ad esprimere queste perdite, fare accantonamenti e probabilmente ricorrere a nuovi flussi di capitale fresco.

Ma nel tempo, e potrebbe essere tra un anno, due, dieci, in maniera strettamente correlata all’andamento della crisi economica americana, potrebbe accadere che molta parte delle cifre oggi iscritte in bilancio come accantonamenti e quindi come perdite, rientrino invece nelle casse delle banche, creando in quel momento, miracolo dei miracoli, forti plusvalenze.

Ora c’è un bel giochino da fare. Indovinare quali banche si troveranno nel prossimo futuro in questa situazione e quali invece saranno magari nella situazione inversa, dovranno cioè andare a registrare perdite non avendo accantonato a sufficienza.

Quelle banche che avranno gli accantonamenti più forti, e che sapranno recuperare più velocemente i crediti a rischio, magari in maniera da superare di molto quanto accantonato, potranno rivelarsi gli investimenti migliori dei prossimi anni. Altre invece potrebbero arrivare persino a rischiare la chiusura, o quanto meno l’assorbimento da parte di compratori d’occasione. Magari da parte di banche del primo gruppo che si troveranno ad avere “gratis” i capitali necessari per fare la spesa.

Quali saranno le banche buone? E’ possibile capirlo per noi miseri mortali? Vale la pena rischiare un po dei nostri adorati risparmi in questa bagarre o conviene starne fuori?

Belle domande a cui vorrei tanto poter dare una risposta. In ogni caso una situazione davvero interessante su cui meditare e da seguire, anche fosse solo per vedere come va a finire.

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