Brulicare & Economia & Frescura & Humus Mario | 18 Aug 2008
Tre quarti di pagnotta
Dal fornaio quella mattina c’era la solita gente, pensionati per lo più, abitanti prevalenti di quel quartiere tanto bene quanto antico…
Era il turno di Lella, la decana del quartiere, novantadue anni suonati ma ancora forte come una quercia e ben più lucida della maggior parte dei suoi innumerevoli nipoti.
“Buon giorno sora Lella, il solito filone di pane sciapo?” - disse noncurante Luca il fornaio, mentre già incartava il pane.
“No” - fece Lella - “Da oggi me ne dai tre quarti di filone”
Neanche avesse parlato il papa tutta la gente nel negozio sospese ogni attività girandosi a guardare Lella.
“Come sarebbe sora Le’, tre quarti de filone ?”
“Eh già!” - fece lei con un sorrisetto furbetto - “Visto che m’hai aumentato er prezzo del 25 per cento allora io te ne compro un quarto de meno… così semo pari e patta”
“Sora Le’, ma che fa smette de magnà er pane? Se c’ha bisogno se figuri je’lo do’ anche aggratis er pane…”
Lella si fece seria, produsse una bella pausa artistica e poi sciorinò la sua lezioncina:
“Eh no, non me manca la moneta, ma l’artro giorno quanno ho visto che er prezzo era aumentato de un quarto me so’ chiesta: ma tutto sto pane me lo magno veramente?”
“E la risposta è stata: manco pe’ g’nente, m’avanza quasi mezzo filone tutte le vorte…”
“E così ora, per favore, incartame sti tre quarti de pagnotta, ma aricordete, faccio sempre in tempo a prende solo mezza pagnotta, se m’aumenti ancora…”
Luca eseguì, Lella pagò, girò i tacchi e prese via, col suo passo ancora solido e veloce.
E da quel giorno metà quartiere prese il vizio di comprà tre quarti di pagnotta, l’altra metà… mezzo filone.
Tags: fun, inflazione, pane, rincari
Economia Mario | 27 May 2008
Tremonti, i mutui, le banche e l’albero dei soldi
Qualche giorno fa ero in macchina, come al solito con la radio accesa, e ti sento un trionfalistico ed entusiasta Tremonti annunciare il grande accordo con le banche sui mutui.
Non credevo alle mie orecchie: o non avevo capito il senso dell’accordo, oppure si trattava di un’enorme inculata per chiunque lo avesse sottoscritto. Eppure veniva presentato come fonte di risparmio e grande occasione per i titolari di mutuo, e sfacelo per le banche, addirittura “costrette” dalla minaccia di qualche intervento fiscale del governo a cedere sul fronte dei mutui.
Ho lasciato passare qualche giorno, per capire se ci fosse qualcosa che mi sfuggiva, ma la sostanza dell’accordo sbandierato da Tremonti è tutta qui: trasformare un mutuo a tasso variabile in un mutuo variabile a rata fissa. In pratica la vostra rata “virtuale” rimarrebbe del tutto legata all’andamento variabile dei tassi, crescendo o calando in funzione degli stessi, ma quella “materiale“, pagata alle varie scadenze, diverrebbe fissa. La differenza tra le due non vi verrebbe regalata dalle banche, ma sarebbe accantonata come NUOVO DEBITO, da pagare a partire dalla scadenza naturale del mutuo originario. Ovviamente questi importi, già non irrilevanti, subirebbero un’ulteriore ricarico di interessi, anche questi legati ad un tasso variabile.
Prendiamo in esame due scenari limite, uno in cui i tassi continuassero più o meno a crescere per tutta la durata del muto, rimanendo comunque al di sopra di quelli del 2006. In questo caso, il peggiore per chi paga un mutuo, aderendo all’opzione avremmo di fatto un prolungamento del mutuo, ed in casi estremi, ma possibili, addirittura potrebbe verificarsi la possibilità di un AUMENTO del debito. Immaginate di avere un mutuo di 100.000 euro per venti anni, pagare venti anni e trovarsi poi altri 50.000 euro da pagare.
Se invece i tassi diminuissero si tornerebbe a pagare, da quel momento, la rata variabile. Rimarrebbe certo anche in questo caso un po di debito accantonato per la fine del mutuo, tanto quanto è stato “risparmiato” non pagando la rata variabile per tutte quelle scadenze in cui i tassi fossero stati più alti di quelli del 2006, più ovviamente gli interessi maturati.
L’unico caso in cui una cosa del genere può avere un senso è quello in cui una famiglia non sia in grado assolutamente di sostenere il pagamento delle rate. Questo è l’unico caso in cui ci troveremmo di fronte ad un beneficio, consistente nell’evitare di andare in default non pagando le rate. Se siete con l’acqua alla gola, ma veramente, e non riuscite a pagare il mutuo allora questa possibilità potrebbe avere dei lati positivi, ma posso elencarvi una lunghissima serie di possibili interventi su questi casi che avrebbero un effetto enormemente migliore di questo. A partire dal rendere operative le norme dell’ultima finanziaria, anche se sgradite alle banche.
La verità è che i soldi non crescono sugli alberi, e le banche non sono istituti di beneficenza.
Caro Tremonti, così non va bene, hai toppato, soprattutto sottovalutando l’intelligenza di chi ti ascolta.
Ritenta, si può fare di meglio. Si deve.
Tags: banche, famiglia, interessi, mutui, rate, risparmio, soldi, tremonti
Economia Mario | 22 Apr 2008
Povera (Al)Italia
Su Alitalia si sta giocando una partita a scacchi con parecchi attori.
Ci sono i lavoratori, che non sono uniti, poiché i loro destini sono divisi in varie categorie: assistenti di volo, piloti, personale di terra, colletti bianchi…. Ognuna di queste categorie subisce in maniera diversa le varie soluzioni (forse) possibili e di conseguenza si comportano le relative sigle sindacali, un tripudio di rappresentanti con diversi obiettivi, difficili da far convergere.
C’è il partito di Malpensa, mai forte come ora, cui interessa relativamente poco il destino di Alitalia. Un fallimento, disastroso per i lavoratori, per loro non sarebbe un problema, gli slot di Malpensa sarebbero disponibili per un’altra compagnia e l’hub di Milano sarebbe salvo.
C’è il partito di Air France, dove si aggregano per motivi diversi, un po trasversalmente, tutta una serie di fazioni, parte del personale Alitalia, il club Romano (che fino alle elezioni per il sindaco di Roma comprende anche una buona fetta di AN). Il capitolo Air France non è chiuso, se le condizioni richieste si ripropongono (consenso del governo, consenso dei sindacati, condizioni a contorno) Air France sarà pronta a comprare, ma le chance sono scarse, vista la forza del partito di Malpensa, a meno di non cedere su quel fronte.
C’è la comunità europea che osserva la scena pronta a spararci contro non appena lo Stato Italiano dovesse intervenire a metter soldi nel buco nero Alitalia. E non possiamo certo dargli torto.
Non c’è invece la tanto chiacchierata cordata italiana per finanziare l’acquisto di Alitalia da parte di Airone, e non credo ci sarà mai, perché qualsiasi persona dotata di buon senso e di una calcolatrice può capire che la creazione di una nuova azienda con qualche miliardo di euro di debiti non può che finire molto male. Senza contare che si va ad eliminare ogni concorrenza interna su rotte importanti come Milano-Roma.
Potrebbe spuntare qualche altro partner internazionale (Lufthansa, Aeroflot?), ma dubito che potrebbe arrivare con offerte molto diverse da quelle già viste con Air France.
Da persona che in Alitalia da giovane ha lavorato, questa storia mi riempie di tristezza.
Comunque vada, povera (Al)Italia….
Tags: air france, alitalia, compagnia aerea, fallimento
Economia & Rovi & Salute Mario | 10 Apr 2008
Genio Economico
Io sono un genio.
Non è immodestia, regolarmente, per tutta la durata della mia vita, mi è capitato di avere delle idee geniali, specialmente se si trattava di fare i soldi.
Poi chiaramente sono troppo pigro e fifone per fare lo sforzo necessario a trasformare queste idee in fatti, ma sapete com’è, tra il dire e il fare ….
Ieri stavo parlando di una cosa con amici e improvvisamente mi è balenata un’idea in testa.
Un’idea geniale, che ha due diversi effetti, uno economico, se avessi il coraggio e la voglia di realizzarla ed uno semplicemente retorico, che c’è anche solo parlandone.
Il campo di affari cui si rivolge la mia idea, semplicissima e geniale, è quello della produzione di medicinali omeopatici.
Per chi non lo sapesse un medicinale omeopatico è ricavato attraverso la forte diluizione di un principio naturale attivo. Senza entrare in troppi dettagli (informazioni al riguardo ne troverete a mucchi su internet), si arriva dopo un certo numero di diluizioni ad un certo medicinale.
Da notare, ed è questo l’interessante, che diluendo ulteriormente una boccetta di questo medicinale, non si ottiene un medicinale di minor effetto, ma secondo i principi dell’omeopatia si ottiene invece un medicinale più efficace e potente di quello da cui si è partiti. Più diluite più forte l’effetto.
Ecco quindi la mia nuova azienda farmaceutica. Compra una boccetta di medicinale omeopatico X del costo di 10 euro, effettuo un unico ciclo di diluizione con apparecchiature standard, et voilà, ho 10 boccette di medicinale, leggermente più potenti del precedente, che posso serenamente vendere a 10 euro l’una.
Un centesimo dei costi del concorrente, 10 volte il fatturato. Un colpo di genio economico.
Mi sorge solo un dubbio.
Come fa l’industria omeopatica a funzionare se basta così poco a distruggerla?
A voi trovare la falla nella mia idea.
Potete tranquillamente anche sfruttarla e produrre voi medicine omeopatiche, dovrete però riconoscermi l’un per cento del vostro fatturato a titolo di “riconoscimento del genio”…
Buon lavoro.
Economia Mario | 10 Mar 2008
Contrarian
Full Disclosure: Sono dipendente Telecom, anche se non in una posizione che mi permetta di acquisire informazioni che abbiano qualche rilevanza sul mercato. Ho anche un investimento in azioni Telecom Italia Risparmio, piccolo in valore assoluto, ma significativo sul totale dei miei investimenti. Questo messaggio non è un invito all’investimento, non sono in grado di dare consigli finanziari, se basate le vostre decisioni finanziarie su questo articolo lo fate a vostro rischio e pericolo, sono bravissimo a perdere soldi da solo, non venite a farmi compagnia.
Sulla storia di Telecom Italia tornerò con calma, perché vale la pena raccontarla e rifletterci sopra, specialmente se, come me, si ha la tendenza a votare a sinistra, e contemporaneamente si ha la pretesa di non rinunciare a pensare con la propria testa.
Per ora mi piace parlare di qualcosa che riguarda più semplicemente Telecom Italia come azienda quotata in borsa, e come investimento.
Partiamo da un paio di grafici.
Un disastro no ? Anche confrontandolo con l’andamento (in rosso) dell’indice S&P MIB le cose sono andate malissimo per il titolo Telecom, per non parlare delle risparmio.
Non sono un analista finanziario, non ne ho le competenze ne la qualifica, e non ho informazioni da insider che mi diano qualche vantaggio rispetto all’investitore medio, ma rimango colpito da quanto è successo la settimana scorsa quando Bernabé ha annunciato il piano Telecom per i prossimi 3 anni.
Un crollo verticale, enorme. Come giustificare una cosa del genere? Cosa c’è nel piano annunciato venerdì che ha causato questo crollo?
La risposta non è in quello che c’è nel piano, ma in quello che non c’è. Gli investitori, e pare anche gli analisti, si aspettavano non so bene quale miracoloso colpo di genio, qualche clamoroso annuncio, qualche fuoco d’artificio, magari assolutamente impossibile o irrealistico, che facesse risorgere il titolo.
Invece il buon Bernabé si è presentato con un bel piano realistico, serio, senza promesse “elettorali”. Un piano su cui può mettere la mano sul fuoco, riservandosi ovviamente di farsi il culo (e farlo fare anche a noi dipendenti naturalmente) per migliorarlo.
Ma senza cazzate, senza invenzioni, senza bacchette magiche, scorciatoie o belle invenzioni.
E tutti sono corsi a vendere.
La cosa divertente è che non ci sono misteri, non ci sono novità, la situazione Telecom era conosciuta a tutti, ma chissà perché solo venerdì questa situazione è diventata per gli analisti evidente. Arriveranno sicuramente ora le modifiche delle raccomandazioni, tutte al ribasso vedrete, e il titolo scenderà ancora.
Ora, io non so se la valutazione attuale del titolo sia sbagliata, ma certo il mercato NON ha sempre ragione, perché se ha ragione ora, allora aveva torto marcio un mese fa.
Io avevo in portafoglio un bel po di Telecom risparmio, da un bel po di tempo, perché mi piace avere le azioni della società dove lavoro, ma venerdì ne ho caricate altre, perché personalmente il modo di lavorare di Bernabè piace, perché anche con la riduzione del dividendo a questi prezzi siamo sempre a un sei per cento netto e sono convinto che anche nei prossimi anni lo avremo, perché c’è la possibilità di una conversione delle risparmio, e perché infine, io sono un contrarian, e negli anni questo tipo di investimenti mi ha sempre fatto fare soldi. Magari a lungo termine, ma non ci ho mai rimesso.
In periodi come questo in cui tutto scende, senza cercare di trovare per forza il momento del picco negativo, ci sono secondo me molte occasioni per chi ha pazienza e la forza per reggere anche perdite potenziali di rilievo. C’è ancora parecchio spazio per scendere ancora e forse si può aspettare proficuamente per nuovi minimi, anche fino al 2009, ma un’occhiata a certi titoli che hanno valore reale dentro e che cominciano a trattare a prezzi interessanti può dare buone soddisfazioni.
Ne riparliamo tra un anno, ma anche due…
Tags: Bernabè, borsa, contrarian, conversione, dividendo, fare soldi, investimento, mercato, risparmio, Telecom Italia, TIT, TITR
Economia Mario | 05 Mar 2008
I tesoretti delle banche
Una costante che caratterizza l’attuale crisi del credito, innescata si dice dalla situazione dei mutui statunitensi, è la presenza di massicce svalutazioni da parte delle banche.
Non si tratta di casi isolati, e non si tratta di bruscolini. Qui si parla di miliardi di euro, svariati miliardi di euro per moltissimi istituti bancari del mondo.
Le banche quindi si affrettano a registrare a bilancio perdite straordinarie per miliardi e miliardi di euro. Come colpevole viene sempre additata la crisi dei mutui subprime, con qualche caso (SocGen, Credit Suisse) in cui si aggiungono perdite straordinarie dovute a perdita di controllo sulla propria struttura di trading.
C’è però una cosa da capire. Mentre le perdite registrate a bilancio per manovre di trading errate sono perdite concrete e già “realizzate”, quelle generate dalla crisi dei mutui subprime sono spesso, almeno in parte, perdite legate ad “accantonamenti”.
La differenza è sostanziale. Un accantonamento viene fatto per bilanciare una perdita futura ritenuta probabile, secondo un principio di prudenza contabile che è volto a proteggere l’azionista da bilanci mistificatori.
Vi faccio un esempio.
La banca presta 10 milioni di euro ad una start up che si cimenta nella creazione di un nuovo motore a benzina che consumerà la metà di quelli odierni. Dopo sei mesi una primaria casa automobilistica annuncia la produzione a breve di un motore con caratteristiche simili. Probabilmente quindi la vostra startup non riuscirà ad essere competitiva e finirà per fare flop, i vostri soldi difficilmente rientreranno in cassa, ma formalmente sono ancora un credito esigibile. Per prudenza e buon senso la banca crea un accantonamento per gran parte o tutta la cifra prestata in previsione della perdita. Quando l’eventuale procedura di recupero del credito avrà avuto esito verranno fatti i conti a saldo, generando un ulteriore perdita (piccola) o una sopravvenienza, nell’eventualità che si incassi più di quanto si pensava.
Ecco, per i mutui subprime sta accadendo lo stesso, le banche mettono “da parte” i soldi che “perderanno” in futuro. Questo è il motivo per cui tutti sono in attesa dei conti delle banche, perché in realtà queste ultime hanno una certa flessibilità nel decidere se e quanto accantonare, e di conseguenza quanto impattare sul bilancio corrente.
Alcune potrebbero decidere di accantonare tutto subito, magari anche esagerando, altre invece potrebbero fare accantonamenti minori, riservandosi di farne degli ulteriori in futuro.
La natura di questi accantonamenti ci porta ad una interessante considerazione. Alla base delle “possibili perdite” ci sono strumenti finanziari legati alla gestione di crediti a loro volta legati, alla fine della complessa catena di strumenti, a degli immobili.
Qualsiasi mutuo infatti viene erogato avendo come “pegno” un immobile, sul quale in mancanza di pagamenti il creditore può rivalersi per ottenere quanto gli spetta.
Nel caso dei mutui subprime i crediti dei mutui sono stati impacchettati in strumenti finanziari che a loro volta sono stati impacchettati in altri strumenti etc etc.
Ciò non toglie che alla base di tutto ci sono immobili reali. Chiaramente la situazione del mercato americano è tale che la possibilità di recupero del valore intero del mutuo può essere messa a rischio, e in ogni caso i tempi tecnici per la monetizzazione di un credito recuperato tramite pignoramento e successiva vendita dell’immobile possono essere molto lunghi.
Ma, è cosa certa, che almeno una parte dei soldi sarà recuperata, e la mia esperienza mi insegna che spesso si riesce a recuperare buona parte dei soldi, se non tutti. La sofferenza maggiore in questi casi è data dalla illiquidità di questi soldi, ed è questo un motivo che spinge le banche ad esprimere queste perdite, fare accantonamenti e probabilmente ricorrere a nuovi flussi di capitale fresco.
Ma nel tempo, e potrebbe essere tra un anno, due, dieci, in maniera strettamente correlata all’andamento della crisi economica americana, potrebbe accadere che molta parte delle cifre oggi iscritte in bilancio come accantonamenti e quindi come perdite, rientrino invece nelle casse delle banche, creando in quel momento, miracolo dei miracoli, forti plusvalenze.
Ora c’è un bel giochino da fare. Indovinare quali banche si troveranno nel prossimo futuro in questa situazione e quali invece saranno magari nella situazione inversa, dovranno cioè andare a registrare perdite non avendo accantonato a sufficienza.
Quelle banche che avranno gli accantonamenti più forti, e che sapranno recuperare più velocemente i crediti a rischio, magari in maniera da superare di molto quanto accantonato, potranno rivelarsi gli investimenti migliori dei prossimi anni. Altre invece potrebbero arrivare persino a rischiare la chiusura, o quanto meno l’assorbimento da parte di compratori d’occasione. Magari da parte di banche del primo gruppo che si troveranno ad avere “gratis” i capitali necessari per fare la spesa.
Quali saranno le banche buone? E’ possibile capirlo per noi miseri mortali? Vale la pena rischiare un po dei nostri adorati risparmi in questa bagarre o conviene starne fuori?
Belle domande a cui vorrei tanto poter dare una risposta. In ogni caso una situazione davvero interessante su cui meditare e da seguire, anche fosse solo per vedere come va a finire.
Tags: accantonamenti, banche, credito, crisi, economia, finanza, investimenti, mercato, mutui subprime
Economia & Pensiero & Politica & Rovi & Vivere Meglio Mario | 03 Mar 2008
è già lunedì
Ieri era una fantastica giornata di sole, l’umore della famiglia era ottimo e così, come pianificato, siamo partiti in macchina alla volta dell’Ikea. Obiettivo principale: comprare una sedia per il mio “posto di lavoro” casalingo, e magari anche un barbecue nei dintorni…
Noi abitiamo ad Albano e l’Ikea si trova piuttosto vicina, proprio sul Grande Raccordo Anulare, appena fuori….
Quando siamo arrivati sul raccordo ci siamo trovati di fronte ad uno spettacolo inaspettato. Un traffico denso come melassa, neanche fosse un giorno di lavoro. Per fortuna dall’Appia all’Ikea la strada è davvero poca. Una volta arrivati la conferma che mezza Roma era in moto, parcheggio praticamente colmo e una massa umana di varia qualità che riempiva ogni spazio all’interno del grande magazzino.
La bella giornata e l’umore positivo ci mettevano in ottima posizione per acquisti compulsivi, ma questa è un’altra storia. Comunque siamo tornati a casa con il bagagliaio pieno: sedia Karsten (con braccioli aggiunti), un lussurioso copripiumino, anzi due, perché lo abbiamo preso anche per la figliola, tutta una serie di scatole e scatoline, bicchieri, vasi, vasetti, stampelle e ammennicoli vari.
Una volta fuori, diretti a casa, di nuovo l’impatto con il traffico esagerato sul raccordo, come se tutti i romani avessero una specie di appuntamento per fare qualche giro in compagnia in questa simpatica sede stradale.
Poi ho realizzato. Era la domenica verde. Niente traffico in città, ma il raccordo era aperto.
La giornata bellissima, la mancanza di partite delle squadre romane (avevano entrambe giocato di sabato) e la naturale propensione per il popolo romano per le gitarelle fuori porta hanno spinto i romani fuori dalle loro tane.
Immagino mogli ben decise svegliare all’alba i mariti: “Almeno oggi che non c’è la partita SI ESCE!!”…
E come dargli torto?
Sta di fatto che il marasma di macchine era significativo e sono pronto a scommettere una fetta di pane e Nutella che ieri, per quanto verde sia stata la giornata, l’inquinamento non sarà sceso più di tanto, anzi…
Dovremmo cominciare a pensare nuove metodologie per ridurre l’impatto ambientale di quello che facciamo, e sarebbe molto intelligente essere pionieri di questi nuovi modi di vivere, ci porterebbe senz’altro dei grandi vantaggi anche economici, perché si sa, chi per primo prende una strada tecnologica che porta al futuro, gode di tutti i vantaggi dell’avanguardia e difficilmente può essere poi raggiunto su quella stessa strada dagli altri viaggiatori.
Parlo di cose come ad esempio la gestione del packaging. Perché non essere i primi a legiferare (a livello Italiano o meglio ancora Europeo) obbligando i produttori a vendere prodotti imballati con criteri nuovi, fatti in maniera tale da massimizzare il riciclo e minimizzare l’impatto dei rifiuti? E’ una cosa che prima o poi dovremo fare, perché non essere i primi? Si stimolerebbero i nostri produttori a investire in queste tecnologie e sarebbero poi molto avvantaggiati quando, inevitabilmente, il resto de mondo ci verrà dietro.
Lo stesso potrebbe essere fatto per molte altre cose, dall’energia al trasporto.
Ma in questi giorni se accendete il televisore non si sente parlare di queste cose. I nostri politici spaziano dai lavori forzati per i carcerati (argomento così popolare, chi di noi non ha mai pensato la stessa cosa?), all’abolizione dell’ICI, alla riduzione di uno, due, tre, quattro punti della pressione fiscale (chi offre di più? tanto il culo non è il mio)…
E’ stata una bella domenica di sole, una domenica verde (?), ma purtroppo, è già lunedì…
Tags: ambiente, domenica, energia, Ikea, politica, Roma, traffico, vivere meglio
Economia & Politica & Vivere Meglio Mario | 28 Feb 2008
C’è poco da rallegrarsi
I dati relativi alla previdenza complementare suscitano soddisfazione in chi, come il ministro Damiano, ha molto lavorato nell’anno passato per spingere la popolazione verso l’adesione a questa forma di investimento.
In realtà la situazione è molto deludente, le adesioni, tenendo conto delle modalità con cui era stata portata avanti la cosa, sono ben lontane da rappresentare un risultato significativo.
In pratica nel 2006, prima della nuova legge, circa il 20% dei lavoratori dipendenti contribuiva ad una qualche forma di piano di previdenza complementare, e nel 2007, dopo l’introduzione della nuova normativa, siamo circa ad un 30% di adesioni. Una cifra significativa, ma del tutto insufficiente a tranquillizzare chi deve preoccuparsi del futuro della nostra nazione.
Gli obiettivi erano del 40%, già altamente insufficienti, ma neanche quelli sono stati raggiunti.
Io sono tra quelli che non ha aderito ad alcuna forma di previdenza complementare. Questo perché ritengo assolutamente inadeguata, insufficiente e penalizzante la normativa.
Molti sono i punti dolenti:
- La poca flessibilità del sistema, troppo vincolato e con scarsa concorrenza reale in molti comparti
- La presenza di fondi affidati ai sindacati o ad altri enti gestori che non possono far altro che affidare ulteriormente ad altri enti la gestione reale del fondo, con conseguente aumento dei costi
- L’incertezza sui regimi fiscali futuri dei fondi
- L’impossibilità alla scadenza di poter ritirare per intero il capitale accumulato
- La scarsa convenienza per i lavoratori a cui mancano pochi anni all’età della pensione
Una cosa in particolare che mi sento di criticare con tutto il cuore è il modo anomalo con cui si è scelto di gestire un fenomeno come quello della previdenza integrativa. Trattandosi di fatto di un sistema che basa i suoi presupposti sul principio che ogni persona deve integrare la sua pensione con contributi personali ulteriori rispetto a quanto già versato per la previdenza pubblica, ci si dovrebbe aspettare la piena adesione del sistema di previdenza integrativa a modelli liberisti e di mercato.
Invece si è scelto, anche a causa dei forti vincoli che si avevano da parte di parti sociali come i sindacati, di legare la nuova previdenza integrativa ad una sorta di alternativa vincolata e un po ingessata, una copia neanche troppo bella delle previdenza pubblica.
In altri paesi esistono tutta una serie di facilitazioni di ordine fiscale e di normative di supporto che rendono ogni persona libera di investire come crede i suoi soldi, nella piena libertà di disporne in ogni momento e senza vincoli burocratici e inutili strutture che aggravano con costi e oneri sul sistema.
Negli Stati Uniti ad esempio ci sono moltissime forme di questo tipo, i piani 401, 457, IRA ed altri ancora, sono degli strumenti perfetti per stimolare il risparmio. E’ possibile investire soldi dal proprio stipendio rimandando il pagamento delle tasse al momento in cui li ritireremo dal conto di previdenza. In questo modo anche i soldi che normalmente avremmo pagato in tasse concorreranno a produrre un rendimento. Senza scendere nei dettagli dei vari piani è interessante notare come in quel paese non esistano inutili vincoli sul come e con chi investire i propri soldi, esiste la massima flessibilità.
Un altro indubbio vantaggio dell’investimento autonomo di questo tipo risiede nel fatto che alla nostra morte (il più tardi possibile) il capitale accumulato e sul quale si basava il nostro rendimento, rimane comunque a disposizione degli eredi, cosa che spesso non è prevista dagli attuali fondi di previdenza italiana.
Fin quando qualcosa di simile non accadrà anche in Italia saranno molti quelli, che come me, preferiranno tenere i propri soldi bloccati nei fondi di fine rapporto, piuttosto che destinarli al fondo di categoria o a qualche fondo chiuso.
Ed è un problema, poiché tutti sappiamo che i ragazzi che oggi iniziano a lavorare non potranno fare a meno di affrontare il problema della previdenza complementare. Perché quindi non rendergli la vita più facile creando un sistema normativo che sia davvero fruibile?
Qualcuno ne ha visto tracce nei programmi dei nostri politici?
Tags: economia, investimento, pensione, PREVIDENZA, risparmio, soldi, tasse
Economia & ICT & Internet & Sicurezza Mario | 27 Feb 2008
Token
Il caso a volte assume strane forme, ma in fondo forse non è per caso se ieri sono venuto in possesso di un token sia per il mio conto Bancaintesa che per quello IWBank.
Entrambi sono stati emessi gratuitamente, Bancaintesa mi ha invitato in filiale a ritirarlo, mentre IWBank me lo ha spedito per posta, e questo secondo, per puro caso, è arrivato proprio il giorno in cui sono andato a ritirare il primo.
Se vi state chiedendo cosa diavolo sia un token vi dirò che si tratta di un apparecchietto elettronico, con dimensioni simili a quelle di un telecomando per auto o per cancelli, e leggermente più grande di una chiavetta USB, che ha l’unico scopo di generare password.
In pratica premendo un bottoncino presente sul token appare nel piccolo display dell’oggettino una password da poter utilizzare per accedere al servizio associato a quel token, in questo caso il conto corrente online. L’aggeggio è fatto in modo da generare codici non in maniera casuale, ma secondo una regola che è conosciuta solo dal server del servizio associato, legata al momento in cui generate la password. In questo modo vengono utilizzate ogni volta password diverse che garantiscono l’utente contro eventuali intercettazioni della password da parte di spyware o trojan.
Se anche la password fosse intercettata non sarebbe utilizzabile. Questo tipo di password viene chiamato OTP (One Time Password) proprio per sottolineare il fatto che ogni password generata viene utilizzata una sola volta e poi perde di validità.
Per accedere al conto online non basta comunque la OTP, ma è necessario anche conoscere ed utilizzare la classica coppia user / pin che normalmente sarebbe sufficiente per la verifica di sicurezza.
In questo modo chi dovesse intercettare e tracciare la vostra sessione internet non potrebbe comunque violare il vostro conto (perché non ha l’apparato per generare una nuova OTP), mentre se vi rubassero o se smarriste il token con il quale vengono generate le OTP, questo non sarebbe da solo sufficiente ad accedere al conto, perché manca la conoscenza della coppia user / pin.
In sintesi, la protezione del conto corrente utilizzando questo piccolo apparato elettronico diventa molto più forte e difficilmente violabile.
La mole di attacchi phishing, la quantità di spyware e trojan diffusa ogni giorno e il buon senso, stanno spingendo le banche a prendere provvedimenti, e l’introduzione del token è senz’altro una buona notizia per noi utenti.
Questo rende ancora più assurda la posizione di Fineco che continua ad ignorare totalmente il problema e rischia in breve di diventare l’unica banca che affida la sicurezza delle sue applicazioni ad uno strumento arcaico come l’accesso controllato da user e password.
E per quella che altrimenti sarebbe la miglior banca online d’Italia si tratta di una grave mancanza.
PS Il token che mi ha inviato IWBank non è quello dell’immagine, ma un altro privo di porta USB e comunque perfettamente funzionante.
PPS Esisto comunque una serie di tecniche con le quali è possibile violare un accesso protetto da token, ma la sicurezza di un conto che lo utilizza è decisamente più alta di uno che basa il controllo solo sull’uso di user e password per l’accesso.
Tags: Bancaintesa, banche, Fineco, IWBank, one time password, OTP, phishing, sicurezza, spyware, token, trojan
Economia & Politica & Rovi Mario | 26 Feb 2008
Chi dorme, perde quattrini
Lo dissi quando la proposta partiva dal governo Berlusconi e lo confermo ora che, se non erro, la norma è stata emessa dal governo Prodi: prelevare i soldi dei conti “dormienti” non è una bella cosa.
E’ vero che i proprietari dei conti saranno avvisati, ma non sono per niente certo che nella pratica questo avverrà davvero. Immagino quanti saranno quei conti associati a persone passate a miglior vita e di cui gli eredi non sanno niente.
No, non è una bella cosa, come minimo ci si dovrebbe assicurare di rintracciare gli eredi, e comunque, i fondi bloccati per tanti anni dovrebbero essere impiegati in qualcosa di sociale, non certo per finanziare l’assunzione di precari nella PA o per rimborsare vittime di crack finanziari…
Oh beh, io vi ho avvertiti, movimentateli quei conti, movimentateli.
Tags: banche, conti, conti correnti, dormienti, economia, governo, soldi


